Breve storia dell'Irpinia vitivinicola.

Senza dubbio la qualità complessiva della viticoltura e dell'enologia irpina negli ultimi trent' anni ha raggiunto una notorietà ed uno sviluppo che non hanno pari in altre regioni italiane. Emblema di questa rinascita negli anni è stata certamente la “liberazione” - come direbbe Carlo Petrini - della vite e del vino in Irpinia, realizzata in chiave di valore territoriale, di identità, espressione di un mondo rurale che riscoprendo la sua più naturale vocazione, ha imposto all’attenzione del mondo un distretto vitivinicolo che conta oggi oltre 250 aziende, circa 7000 ettari vitati, migliaia di viticoltori, tre vini DOCG e tante DOC territoriali: tutti insieme un’eccellenza di “terre da vino”, riferimento sicuro per viaggiatori ed appassionati. C’era già stata - per la verità - in passato, un’altra occasione in cui si era parlato dei vini irpini: fu all’inizio del ‘900,quando la Provincia di Avellino divenne, a causa dell’epidemia di fillossera che in un primo tempo aveva risparmiato alcune regioni del Sud , la terza provincia italiana per produzione con circa un milione di ettolitri (da Dante a Lorenzo il Magnifico Parini e Carducci) di vino. Questo fiorente commercio consentì al mercante di vino Muscetta, padre del grande critico letterario Carlo, di pagargli - come lo stesso studioso scrisse – i corsi universitari ed avviarlo ad una brillante carriera; non poté però arrestare l’epidemia di fillossera - che seppur in ritardo rispetto al resto d’Italia, a partire dagli anni ’30, flagellò un “grande vigneto” che soli pochi anni prima aveva raggiunto il ragguardevole traguardo del milione e trecentomila quintali di uva. A nulla valse la presenza in loco dell’Istituto tecnico agrario, nato nel lontano 1880 quale “Regia Scuola di viticoltura ed enologia”, per volere di quell’illustre patriota irpino Francesco De Sanctis, ministro della Pubblica Istruzione con Camillo Benso conte di Cavour e poi con Benedetto Cairoli. La Riforma Gentile aveva snaturato lo scopo principale della specificità scientifica e dell’autonomia didattica dell’Istituto testimoniata, tra l’altro, dalla pubblicazione e dalla diffusione in Irpinia dell’apprezzato “Giornale di viticoltura, enologia ed agraria”. Contrariamente a Francesco de Sanctis, promotore di cattedre ambulanti di agricoltura, di un museo agricolo e, appunto, di una scuola agraria tecnico professionale, il Fascismo puntò, invece - anche per la terra di mezzo irpina - in materia vitivinicola su un’operazione di regime, affidata a due illustri studiosi del tempo, Marescalchi e Dalmasso. “Pubblicata per la prima volta tra il X ed il XVI anno dell’era fascista e ristampata in pompa magna proprio nel 1980, quest’opera monumentale in tre volumi di grande formato (impreziositi da 1000 illustrazioni)” racconta i “ motivi bacchici della ceramica apula e falisca e i luoghi per così dire ‘viti-vinicoli’ della letteratura italiana

ma tace sui reali problemi del settore vitivinicolo dell’economia italiana contemporanea” riservando poche inutili pagine celebrative all’Irpina. Non c’è, a questo punto, che riferire dell’abbandono delle terre e della fine di tante varietà produttive: la fillossera, la guerra e la povertà attribuirono all’Irpinia il triste primato dell’esodo e della emigrazione: in 300.000 abbandonarono, nell’arco di 50 anni, la loro vera “patria”, i campi e la terra che avevano da sempre calpestato - avrebbe detto Gino Veronelli - e quei treni che per anni avevano smistato “Aglianico” o “Taurasino” , o vini “greci”, smistarono uomini e donne in cerca di altri più felici destini. Non si parlò più, per lungo tempo, di Fiano di Avellino, Greco di Tufo, Aglianico, Code di Volpe, Sciascinoso, Piedirosso e tanti altri vitigni se non in sporadiche manifestazioni celebrative di un passato dimenticato o in occasione di visite ed eventi organizzati da alcune cantine (in primis la Scuola enologica De Sanctis) impegnate a valorizzare i vini prodotti da vitigni autoctoni. Ma la rinascita era vicina: a partire dagli anni ’80 ecco che un manipolo di viticoltori sensibili e orgogliosi delle proprie origini rurali seguono l’esempio di quei valorosi pionieri e le campagne lentamente ritornarono ad essere popolate di vigne. Zonazioni viticole, selezione clonale, viticoltura di precisione, tracciabilità, eco sostenibilità, vini naturali: oggi in Irpinia è un rincorrersi verso innovazioni e ricerca e nello stesso tempo decine di viticoltori guardano alla vigna come al fulcro intorno a cui si sviluppano turismo, gastronomia, cultura etica ed estetica consapevoli che una globalizzazione virtuosa può ambire a scrivere un futuro del vino stimolante e dinamico. Irpinia terribile matrigna nel novembre del 1980, madre generosa oggi, quando nella pulizia, genuinità, originalità, dei suoi tanti vini svela le sue singolari risorse climatiche e naturali, storiche, culturali ed organizzative permeate di accoglienza cordiale, buon gusto e buone maniere proprie della gente irpina. Luciano Ercolino, nel realizzare la sua azienda, si è ispirato esattamente a questo concetto di "senso", poche piccole cose di tutti i giorni che arricchite di senso, sono capaci di offrire uno stato di grazia assai maggiore di quello fornito oggi dai mille trastulli meccanici del consumismo di massa. La vera ricchezza oggi, negli scoscesi vigneti dell'Irpinia, deriva dalla capacità di cogliere e gustare fino in fondo le sensazioni e i significati positivi insiti nelle cose, negli eventi, nelle idee di tutti i giorni, che spinge Vinosia alla tensione essenziale verso il bello e il ben fatto.